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Dicembre 13, 2025 in 2025

Bada a come ascolti

“La mia porta è sempre aperta”

È un’espressione che sento spesso nelle sessioni di coaching, in aula o negli assessment che gestisco. Quando qualcuno la pronuncia, di solito rispondo con una provocazione:

E Chi varca davvero quella porta? Quante volte, in un giorno, una settimana, un mese?

Perché rispondo così? Perché molti manager mi raccontano di essere sempre in ascolto: attenti ai collaboratori, pronti a dedicare tempo ed energie per risolvere i problemi al volo.

Ma noto che, in molti casi, quello che viene scambiato per ascolto è in realtà solo raccolta di informazioni. Dati, fatti, parole. Un livello superficiale, che resta sul “cosa” viene detto. Molto più raramente si va oltre i sintomi del problema per capire davvero chi è la persona di fronte e perché sta cercando un confronto.

Di cosa state facendo davvero esperienza quando ascoltate quindi?

Viviamo in una cultura che privilegia la velocità più che l’accuratezza. Succede al lavoro, a scuola, in famiglia. Rispondere in fretta, risolvere in fretta, passare oltre. Ma così finiamo per alimentare loop automatici di azioni e convinzioni.

Negli ultimi vent’anni i modelli di leadership hanno esaltato la comunicazione persuasiva, l’influenza, l’assertività. Oggi, con meno clamore ma con grande importanza, sta prendendo importanza anche la capacità di ascolto attivo.

💡 Ma che cosa significa, in concreto?

L’ascolto attivo si fonda su tre livelli:

1.     ascolto dei contenuti

2.     ascolto delle emozioni

3.     ascolto dei bisogni

Per capire meglio come applicarli e quanto cambia l’output della conversazione, vi racconto l’esperienza che ho avuto durante un colloquio di feedback relativo ad un assessment individuale che evidenziava diverse aree di miglioramento.

Il mio interlocutore era molto teso rispetto a quanto avessi scritto, mi poneva domande secche, serrate e anche dal tono alquanto contrariato. Abbiamo girato intorno al risultato del report per almeno 10 minuti, senza giungere a nessuna conclusione proficua.

Il solo ascolto dei contenuti (livello 1) stava evidentemente fallendo.

Ho allora deciso di spostare la conversazione su un altro piano, iniziando a porre domande più aperte e cercando di capire le emozioni dietro quelle parole (livello 2).

Le emozioni emerse avevano finalmente un nome: frustrazione, timore, disaccordo. A quel punto sono andata ancora più in profondità, indagando i bisogni (livello 3): cosa c’era davvero dietro quella tensione?


Solo allora il dialogo è cambiato, insieme alla disponibilità del mio interlocutore. Sentendosi “al sicuro” e ascoltato intimamente, infatti, è riuscito a formulare e condividere il suo sentimento di paura e bisogno di rassicurazione che quei risultati non brillanti non compromettessero la possibilità di avere un piano di sviluppo e di crescita professionale.

Ecco perché l’ascolto attivo non è un dettaglio, ma una competenza cruciale. Se ci fermiamo solo ai contenuti, molte conversazioni non portano a nulla: restano superficiali, non generano fiducia né apertura. Il rischio è credere di ascoltare, quando in realtà stiamo solo “sentendo”, lasciando i nostri collaboratori con la sensazione di non essere davvero compresi.

Quando ero bambina, più di 40 anni fa, mi sentivo dire spesso: “Bada a come parli.” Oggi credo che la frase giusta sarebbe: “Bada a come ascolti.”

Perché un leader che sa ascoltare in profondità non si limita a raccogliere parole, ma crea lo spazio perché l’altro possa esprimersi, sentirsi visto e contribuire con maggiore consapevolezza e disponibilità.




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